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Depressione

www.laveravite.blogspot.com on ottobre 2nd, 2016

Cosa fai di fronte ai problemi della vita? Credi, o cedi? Gesù ti dice: “Non temere. Credi solamente.”

Oggi vorrei riflettere assieme a voi sul significato della parola “problema”. Questa è la definizione che ho trovato sul dizionario italiano Olivetti:

“Problema: dal greco pro (davanti) e blema (gettare): qualcosa gettato avanti: questione in base alla quale si devono trovare uno, o più elementi ignoti partendo dagli elementi noti contenuti nell’enunciato della questione stessa; per estensione, situazione difficile che deve essere superata; cosa o persona che genera preoccupazione.”

La vita è abilissima nel ceraci “problemi, a gettarci avanti situazioni dove ci sono uno, ma sovente più elementi ignoti:“Ho perso il lavoro! Dove troverò i soldi per la mia famiglia?”“La mia vita matrimoniale è un inferno! Chi mi darà la pace?”“Ho una malattia grave? Chi si occuperà dei miei figli dopo di me?

L’enunciato è chiaro: le parole che descrivono la situazione le abbiamo…ma gli elementi ignoti, il “come” ne usciremo, rimangono incogniti, sconosciuti.

Ogni problema nella nostra vita è null’altro che un’occasione per credere…o per cedere.Nella prova abbiamo due opzioni: credere, e avvicinarci a Dio, o cedere e fuggire lontano da Lui

In quali campi della nostra vita siamo provati? Famiglia, lavoro, salute, ecc.

La Bibbia è un libro costruito sulla storia di persone messe alla prova; Abraamo fu  su sul punto di sacrificare suo figlio, Mosè perse la sua posizione in Egitto per aver ucciso, Giobbe perse ogni suo bene ed ogni suo caro Davide fu inseguito da Saul per essere ucciso…

Ma ci sono altre figure, meno di spicco, meno centrali, che sono state provate: Marta e Maria, alla morte di Lazzaro, la vedova che aveva messo i due spiccioli nell’offerta al tempio,  il paralitico presso la fonte di Betesda che attendeva da tempo il miracolo…

La Bibbia ci dimostra due verità importanti: non devi essere il miglior amico di Gesù per credere in lui non devi…

(Questo è solo un estratto del post. Visitate il nostro sito per leggerlo tutto e ascoltare il podcast: http://laveravite.blogspot.it)

Leggi il resto dell'articolo su Chiesa Cristiana Evangelica della Vera Vite

www.laveravite.blogspot.com on ottobre 2nd, 2016

Cosa fai di fronte ai problemi della vita? Credi, o cedi? Gesù ti dice: “Non temere. Credi solamente.”

Oggi vorrei riflettere assieme a voi sul significato della parola “problema”. Questa è la definizione che ho trovato sul dizionario italiano Olivetti:

“Problema: dal greco pro (davanti) e blema (gettare): qualcosa gettato avanti: questione in base alla quale si devono trovare uno, o più elementi ignoti partendo dagli elementi noti contenuti nell’enunciato della questione stessa; per estensione, situazione difficile che deve essere superata; cosa o persona che genera preoccupazione.”

La vita è abilissima nel ceraci “problemi, a gettarci avanti situazioni dove ci sono uno, ma sovente più elementi ignoti:“Ho perso il lavoro! Dove troverò i soldi per la mia famiglia?”“La mia vita matrimoniale è un inferno! Chi mi darà la pace?”“Ho una malattia grave? Chi si occuperà dei miei figli dopo di me?

L’enunciato è chiaro: le parole che descrivono la situazione le abbiamo…ma gli elementi ignoti, il “come” ne usciremo, rimangono incogniti, sconosciuti.

Ogni problema nella nostra vita è null’altro che un’occasione per credere…o per cedere.Nella prova abbiamo due opzioni: credere, e avvicinarci a Dio, o cedere e fuggire lontano da Lui

In quali campi della nostra vita siamo provati? Famiglia, lavoro, salute, ecc.

La Bibbia è un libro costruito sulla storia di persone messe alla prova; Abraamo fu  su sul punto di sacrificare suo figlio, Mosè perse la sua posizione in Egitto per aver ucciso, Giobbe perse ogni suo bene ed ogni suo caro Davide fu inseguito da Saul per essere ucciso…

Ma ci sono altre figure, meno di spicco, meno centrali, che sono state provate: Marta e Maria, alla morte di Lazzaro, la vedova che aveva messo i due spiccioli nell’offerta al tempio,  il paralitico presso la fonte di Betesda che attendeva da tempo il miracolo…

La Bibbia ci dimostra due verità importanti: non devi essere il miglior amico di Gesù per credere in lui non devi…

(Questo è solo un estratto del post. Visitate il nostro sito per leggerlo tutto e ascoltare il podcast: http://laveravite.blogspot.it)

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ericabertelli on maggio 27th, 2015
cambiare_vita

Ti trovi in quel punto della vita, dove ti senti scoraggiata… hai dei risentimenti, dei rimpianti, dei fallimenti, delle delusioni. Ti senti come un uccellino a cui sono state spezzate le ali e non può volare… ti senti come se la vita ti ha rubato e distrutto i tuoi sogni. Se avessi potuto avere… se […]

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ericabertelli on maggio 20th, 2015
la_sofferenza_ha_uno_scopo

Lettera ai Romani       Romani 8:26-30 26 Nello stesso modo anche lo Spirito sovviene alle nostre debolezze, perché non sappiamo ciò che dobbiamo chiedere in preghiera, come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con sospiri ineffabili. 27 E colui che investiga i cuori conosce quale sia la mente dello Spirito, poiché egli […]

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admin2 on aprile 9th, 2015

Sermone del pastore Agostino Masdea predicato Domenica 5 Aprile 2015.   “Camminare con Gesù è l’esperienza più straordinaria che possiamo vivere. Vuoi che le cose cambino nella tua vita? Prova a camminare insieme a Colui che è risorto dalla morte, al “Vivente”. Cammina con Gesù…”

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alex on gennaio 31st, 2015
Sono molteplici le situazioni di vita che possono gradualmente frenare il nostro cammino, influenzando negativamente la nostra mente, il nostro cuore e il nostro corpo. Ricercare e vivere in modo concreto la presenza del Signore è l’unica risorsa per riprendere il cammino.

Cause scatenanti ed effetti collaterali

Uno stato depressivo ha sempre una causa scatenante anche se, sorprendentemente, questa può a volte essere ignota allo stesso soggetto che ne è colpito. Questa causa può essere talora costituita da una malattia che ha indebolito le difese del nostro organismo, da uno squilibrio ormonale, o dalla carenza di mediatori chimici.
Le malattie e spesso anche le cure debilitano e gli effetti collaterali richiedono del tempo per essere smaltiti: noi vediamo allora che non riusciamo più a fare quello che facevamo prima, siamo subito stanchi o risultiamo svuotati da ogni forza di volontà. Tutto questo porta allo scoraggiamento, primo passo verso la depressione.
Un’altra causa può essere costituita dalla perdita di una persona cara nell’ambito familiare. Subito non si realizza cosa significhi perdere un figlio o il compagno o la compagna della propria vita.
Gli amici ci stanno intorno, i parenti si interessano di noi poi, a poco a poco, ognuno ritorna alle proprie occupazioni e ai propri impegni.
È quindi solo dopo qualche tempo, quando si esaurisce questa fase iniziale, che si realizza la dimensione del cambiamento che il fatto traumatico ha causato nella nostra vita. Quello è il momento delicato in cui noi rischiamo di conoscere il disagio della depressione, se non si verifica un altro fatto altrettanto importante che modifichi il quadro, nel frattempo elaborato dalla nostra mente, inerente la irreparabilità della perdita che abbiamo subito.
Anche una grossa delusione, come l’infedeltà fra coniugi, la mancanza di amore o un rifiuto da parte di una persona che ci era cara, possono essere all’origine di uno stato depressivo.
Tutta la nostra esistenza può esserne sconvolta: la vita quotidiana, le nostre abitudini, i nostri sentimenti e i nostri affetti, i progetti e i rapporti con la gente. Tutto ci pare ormai inutile e senza scopo, compresa la nostra stessa vita.
Un’altra causa può essere determinata da un rovescio economico, dalla perdita del lavoro o dal fallimento di un’attività che influenzi radicalmente la nostra esistenza.
Forse avevamo lavorato e faticato molto a costruirci un’attività, ma un incidente improvviso ha vanificato tutti i nostri sforzi, azzerando di fatto una situazione che avevamo immaginato completamente diversa.
Il dispiacere e il disappunto possono raggiungere un grado elevato fino a portarci alla soglia della disperazione.
Non sappiamo come fare per modificare una situazione che appare compromessa e dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che l’iniziativa intrapresa è fallita e non resta che prenderne atto.
Un’altra causa può avere origine da una situazione spiacevole nella quale non abbiamo alcuna colpa né responsabilità, ma nella quale siamo stati tirati dentro per i capelli, come si suole dire. Non servono le nostre ragioni, non servono le spiegazioni: occorre sia fatta luce e talvolta tutto ciò richiede tempo, molto tempo.
Intanto tutta la nostra attività ne è intralciata e messa in difficoltà; non sappiamo più come muoverci e nel dubbio tutto il nostro procedere diviene incerto, mentre prima la consapevolezza di essere nel giusto ci conferiva sicurezza, che era la nostra caratteristica principale.
Durante questo periodo, che può prolungarsi oltre ogni ragionevole valutazione, si cerca di sopravvivere o di farsene una ragione. “Le nuvole passeranno, tornerà il sereno!”, si pensa. Intanto i giorni, i mesi e forse gli anni passano e la nostra vita non è più un piacere, ma una pena.
Possiamo infine accennare anche ad una particolare forma di depressione che colpirebbe – secondo le stime – il 70-80% delle partorienti e che è chiamata depressione post-partum.
Generalmente ignorato, dal momento che questo stato depressivo sparisce spontaneamente, nella maggior parte dei casi, entro un paio di settimane dal lieto evento, esso può in qualche caso assumere aspetti patologici: questo si verifica quando permangano, oltre il limite temporale accennato, lo stato di disagio e di angoscia della madre, la tristezza e le lacrime facili. In questi casi è necessario l’intervento dello specialista, con la prescrizione di cure adeguate.
La depressione molto spesso può avere anche cause che non sono riconducibili ad eventi ben precisi, ma può scatenarsi all’improvviso per squilibri biochimici del cervello.
La depressione può non risparmiare nessuno, perché nessuno può essere esente da fatti traumatici che prima o poi si abbattono su di noi, perché parte integrante dell’esistenza umana.
In tutti questi casi ci deve sostenere l’assoluta certezza che la misericordia del Signore nei nostri confronti non è venuta meno: il profeta Geremia, nel libro delle Lamentazioni, affermava infatti che “le sue compassioni non sono esaurite, ma si rinnovano ogni mattina” (La 3:22-23).
Questo lo dobbiamo tenere ben presente nel nostro animo perché, dimenticandolo, diverremmo facile preda di pensieri negativi che ci deprimerebbero ulteriormente.

Gli effetti di un trauma nella nostra vita

Qualunque sia il fatto traumatico, tutte queste cause presentano un elemento comune: quello di provocare un importante cambiamento nella nostra vita o di influenzarla radicalmente.
A questo punto l’interrogativo che si pone è il seguente: come viviamo noi questo fatto traumatico e il cambiamento che ne consegue nella nostra esistenza?
Qui le alternative sono due: o lo subiamo, vivendolo come un’esperienza negativa, una specie di tegola che ci sia piovuta addosso come fu per il povero Giobbe, ripieni di amarezza che presto si trasformerà in risentimento, convinti di subire una ingiustizia e avviandoci quindi allo scoraggiamento, primo passo verso la depressione; o facciamo appello alle risorse divine adattandoci alla nuova situazione, facendocene una ragione e confidando nell’aiuto del Signore, il quale ci darà la forza giorno per giorno per andare avanti e piano piano ci tirerà fuori, non cambiando forse (o forse sì) la situazione, ma cambiando il nostro atteggiamento interiore, addolcendo il magone, persuadendoci che forse non tutto è perduto, facendoci quindi sentire vicina la sua presenza come mai avevamo sperimentato prima.
Apprenderemo allora che il Signore “giorno per giorno porta per noi il nostro peso”, perché egli è “il Dio della nostra salvezza” (Salmo 68:19).
Il suo consiglio per noi, in questi casi, è quindi: “Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti sosterrà” (Salmo 55:22).
Preghiamo:
“Signore, tu vedi il peso che mi opprime; desidero affidarlo a te perché tu mi aiuti a portarlo, secondo la tua promessa. Voglio prenderti in parola, per cui ti ringrazio fin d’ora per l’aiuto che mi darai, nel nome di Gesù”.

Come viviamo un fatto traumatico?

Abbiamo visto che di fronte ad un fatto traumatico noi possiamo reagire negativamente, ossia subendolo con amarezza, oppure positivamente, facendocene in qualche modo una ragione.
Nel primo caso noi subiremo una influenza negativa sul piano morale e ciò influirà anche sul fisico, avviando il processo depressivo.
Nel secondo caso tutto questo non si verificherà e l’impatto sarà assai minore e superficiale.
Perché questa differenza?
È possibile che il nostro carattere ne sia in qualche modo responsabile. Se siamo persone introverse, riflessive, inclini all’isolamento, un trauma di questo tipo verrà vissuto come una tremenda sventura e il dispiacere e l’amarezza invaderanno l’animo nostro.
Nel caso di persone estroverse e volitive, queste reagiranno volgendo tutto il proprio interesse e le proprie energie verso altri obiettivi e ciò avrà un’influenza positiva su tutto il quadro morale e fisico. Pare infatti che una grossa responsabilità in tutto il nostro atteggiamento l’abbia la rappresentazione mentale di noi stessi che ci siamo costruita nel tempo e questa condizioni tutto il nostro procedere.
Vogliamo infine accennare a quelle che potrebbero essere le conseguenze sul piano fisico di un atteggiamento negativo di fronte ad un fatto traumatico.
È nota l’influenza reciproca che il morale ed il fisico esercitano nell’uomo. Uno spirito moralmente positivo ed ottimista si rimetterà più rapidamente da una malattia, mentre un fisico depresso avrà un recupero assai più lento.
Il salmista Davide, in una situazione angosciosa, si esprimeva in questi termini: “Abbi pietà di me, o Signore, perché sono sfinito; risanami, o Signore, perché le mie ossa sono tutte tremanti” (Salmo 6:2); “Il mio spirito è abbattuto in me, il mio cuore è tutto smarrito dentro di me” (Salmo 143:4).
A sua volta, il saggio dei Proverbi consigliava di evitare il male, coltivando il timore del Signore, perché ciò avrebbe giovato al fisico, dicendo: “temi il Signore e allontanati dal male, questo sarà la salute del tuo corpo e un refrigerio alle tue ossa” (Proverbi 3:8); aggiungendo inoltre che gli insegnamenti divini “sono vita per quelli che li trovano, salute per tutto il loro corpo” (Proverbi 4:22), mentre “uno spirito abbattuto fiacca le ossa” (Proverbi 17:22).
Sovente si instaura un circolo vizioso in una persona pessimista e negativa: il morale basso agisce negativamente sul fisico che, a propria volta, influirà negativamente sul morale, il quale si deprimerà ulteriormente. Non è facile, in questi casi, spezzare questa spirale che tende ad approfondirsi sempre di più e che potrà arrestarsi solo di fronte ad un fatto nuovo che cambi completamente il quadro della situazione.

Qual è il quadro mentale che mi sono costruito?

Qualcuno ha detto: “Noi siamo ciò che pensiamo”. Cosa significa ciò?
Se nel corso degli anni ci siamo costruiti nella nostra mente un quadro positivo e vivace di noi stessi e delle nostre attività, è probabile che siamo persone entusiaste, attive e realizzate, come si suole dire; in questo caso ben difficilmente diverremo preda di uno stato depressivo di fronte ad un fatto traumatico.
Se viceversa nel corso del tempo abbiamo coltivato nella nostra mente una rappresentazione negativa di noi stessi, perdente, rinunciataria, il fatto traumatico verrà vissuto anch’esso in chiave negativa, quasi fosse una conferma della opinione che ci siamo fatta di noi stessi e quasi sicuramente l’amarezza e il disappunto porteranno a un ulteriore scoraggiamento, ciò che aprirà la via allo stato depressivo.
Coltivare una immagine negativa di noi stessi predisporrà pertanto il terreno della nostra vita alla depressione, ciò che farà di noi delle persone cronicamente depresse.

La solitudine interiore nel deserto spirituale

Se si dispone di risorse e si è in compagnia, si può tentare senza grossi rischi l’attraversamento di una zona desertica del nostro pianeta, purché non sia troppo vasta: insieme ci si incoraggia a vicenda, ci si aiuta e l’orizzonte appare meno fosco.
Le cose non stanno così se si deve affrontare un deserto spirituale nel quale, per definizione, si è soli. In questo caso, infatti, il nostro interiore non riesce a comunicare con il prossimo e, tanto meno, col Signore.
Addirittura la nostra stessa voce pare estranea quando tenta di farlo, fino a costituire quasi un elemento di disturbo. Per questo motivo si evita di comunicare fino al punto di estraniarsi dagli altri, isolandosi ed evitando i contatti.
Questo fenomeno si verifica anche in mezzo alla gente per cui, a poco a poco, i contatti cessano del tutto. A questo punto la pena e il disagio interiore prenderanno più piede, mentre scemerà l’interesse per il mondo circostante.
Il vuoto interiore, lasciato incautamente sguarnito, verrà così occupato da pensieri negativi che non faranno che accrescere lo stato di depressione del soggetto.
Occorre in questi casi cercare assolutamente di interrompere l’avvitamento di questa spirale, che porta ad approfondire lo stato di disagio e la difficoltà a comunicare con le persone e il mondo circostante.
“Non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi 2:18), aveva detto Dio all’inizio; questo principio è valido ancora oggi, anche fuori del contesto per cui fu formulato, cioè per procurare una compagna all’uomo.
La solitudine è un fattore negativo dell’esistenza, perché Satana, l’avversario di Dio e dell’uomo, può prevalere più facilmente nei confronti di quest’ultimo quando è solo: il predone, infatti, disperde le pecore del gregge, perché la pecora isolata può divenire sua preda con maggiore facilità.
Chi non conosce il Signore non ha scampo alla propria solitudine, che lo può portare a decisioni avventate e, talora, ad atti inconsulti.
Ma Dio può riempire la nostra solitudine con la sua presenza. Egli dice infatti:
“Io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3:20).
Quale straordinaria prospettiva: quella di ospitare nel nostro essere l’Onnipotente, colui che può spazzar via la nostra angoscia in un colpo solo e farci nuovamente sorridere alla vita!
Egli si propone quale nostro amico, ma non come un amico qualsiasi; infatti è scritto:
“C’è un amico che è più affezionato di un fratello” (Proverbi 18:24), ed è “un amico che ama in ogni tempo” (Proverbi 17:17), che ha dato sé stesso per coloro che egli chiama suoi amici. Egli disse infatti:
“Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici. Voi siete miei amici, se fate le cose che Io vi comando. Io vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio” (Giovanni 15:13-15).
La presenza del Signore potrà essere il fattore decisivo per un cambiamento totale della situazione, perché: “Così il Signore sta per consolare Sion, consolerà tutte le sue rovine; renderà il suo deserto pari a un Eden, la sua solitudine pari a un giardino del Signore” (Isaia 51:3).
Il nostro interiore può essere come un cumulo di rovine o un deserto di solitudine; ma il Signore può trasformare il nostro deserto in un delizioso giardino.
“Il popolo che mi sono formato proclamerà le mie lodi” (Isaia 43:21), dice il Signore, “perché avrò dato l’acqua al deserto, fiumi alla solitudine” (Isaia 43:20; vers. riv.).
Il deserto e la solitudine non possono sussistere alla presenza del Signore, se noi apriremo a lui il nostro essere senza alcuna riserva.
“Or non son più solo
no, giammai più solo”,
afferma il ritornello di un canto dal titolo: “Non temere, io t’amo”. Quale il motivo? Lo dice il verso che segue:
“Il buon pastore mi ama;
voglio ripeterlo ancor!”
Viviamo questa verità e non saremo mai più soli, perché il Signore ha detto ai suoi discepoli e quindi anche a noi: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28:20). Questa promessa è valida per noi oggi ventiquattrore su ventiquattro.

Sviluppi tragici di stati depressivi

In taluni casi gli stati depressivi sono suscettibili di generare aggressività verso sé stessi o verso gli altri.
Nel caso di aggressività verso sé stessi, questa può essere originata da sensi di colpa, veri o immaginari, a causa dei quali il soggetto intenda punirsi. Si può manifestare così un rifiuto del cibo fino ad arrivare all’anoressia e addirittura alla morte.
In qualche caso il tentativo di sfuggire alla depressione sempre più opprimente può sfociare in un suicidio. Questo fenomeno, abbastanza frequente nel mondo in cui viviamo, si può verificare anche fra i credenti, per cui il soggetto, preda di turbe psichiche, può non essere cosciente delle proprie azioni.

Nel caso di aggressività verso gli altri, questa può essere originata dal tentativo di rimuovere ciò che viene visto come un ostacolo al raggiungimento di desideri più o meno reconditi; oppure dalla paura di non essere in grado di affrontare i relativi impegni.
Questo caso può manifestarsi in una depressione post partum, in cui il piccolo verrebbe visto come un impedimento, o le cui necessità spaventano.
Questa patologia può non essere riconosciuta, confondendosi col disagio psichico-ormonale che segue ogni parto.
È recente il caso di un infanticidio da parte di una madre per motivi più o meno espressi come sopra indicato. I frequenti abbandoni di neonati potrebbero, per certi versi, rientrare in questa casistica.
Risultano allora di particolare importanza due elementi:
• che la madre non nasconda il proprio disagio, ma si lasci curare volentieri
• che l’ambiente familiare e la sicurezza che conferisce l’affidabilità delle persone vicine al soggetto siano assicurati.
Quando questa sicurezza viene meno o manca, i casi si possono moltiplicare.

Augusto Lella

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